“Ma se davvero l’uomo è, come diceva Goethe, un essere volto alla costruzione di senso, allora il nostro compito non è quello di curare le ferite individuali, ma di ricostruire un orizzonte culturale che restituisca ai giovani ciò che…”

Capita sempre più spesso, nello scorrere della vita quotidiana, nell'inesorabile alternarsi di giornate interminabili ma la cui durata non è mai sufficiente, di incrociare lo sguardo dei giovani, proprio quello sguardo sempre più vuoto e lacunoso; giovani afflitti da dolori insormontabili per la loro età, demotivati, che preferiscono soffocare nei silenzi le loro più recondite paure. Eppure, siamo così presi dai nostri impegni da non comprendere fino in fono quanto possa essere difficile per le nuove generazioni affrontare la sofferenza che attanaglia il loro animo.
A tal proposito, il filosofo, saggista e psicoanalista Umberto Galimberti si sofferma sullo stato di malessere attuale degli adolescenti e sottolinea: "I giovani stanno male. Lo vedo ogni giorno, nei loro sguardi sfuggenti, nei loro silenzi densi, nelle loro parole stanche prima ancora di essere pronunciate. E non è il malessere tipico dell’adolescenza, quell’inquietudine esistenziale che segna il passaggio all’età adulta. No, qui si tratta di un male più profondo, più radicato, che penetra nei loro sentimenti, confonde i loro pensieri, fiacca la loro anima e cancella ogni prospettiva di futuro. Un ospite inquietante si aggira tra loro: il nichilismo".
Secondo Galimberti, la difficoltà delle moderne generazioni risiederebbe proprio nell'incapacità di inquadrare e di definire tale problematica. I giovani sono incapaci di vivere le emozioni poiché rimangono inghiottiti dal vuoto. Appare, allora, di fondamentale importanza, secondo il noto saggista, soffermarsi sul concetto di nichilismo, da intendere - si badi bene- in un'accezione diversa rispetto alle riflessioni filosofiche di Nietzsche, di Heidegger, di Dostoevskij. Infatti, Galimberti sostiene: "Oggi, invece, il nichilismo è una realtà concreta, diffusa, pervasiva.
È il clima culturale in cui siamo immersi. Un clima che priva i giovani di ogni orizzonte di senso, che spegne la passione prima ancora che possa accendersi, che trasforma la vita in un esercizio di sopravvivenza emotiva. Le famiglie si allarmano, la scuola è smarrita, e il mercato? Lui sì che ha trovato una funzione per questi giovani disorientati: trascinarli nel vortice del consumo e dell’intrattenimento. Perché nel nichilismo la vita si consuma, e non sono gli oggetti a diventare obsoleti, ma le persone stesse, che si logorano nell’assenza di un futuro. E allora il presente diventa l’unico orizzonte possibile, da vivere con la massima intensità, non perché questa intensità sia portatrice di gioia, ma perché è l’unica difesa contro l’angoscia, contro quel senso di vuoto che emerge ogni volta che si arresta il frastuono e ci si ritrova soli, di fronte al proprio deserto interiore".
D'altra parte non potrebbe accadere diversamente, dal momento che le famiglie non sono più in grado di offrire protezione e rifugio ai giovani e le scuole hanno completamente perso ogni forma di autorità sicché gli adolescenti finiscono per identificarsi solo nella comunità ma non riescono a riconoscere alcun valore neppure all'amicizia.
“E allora i giovani si ritirano. Non per protesta, ma per rassegnazione. Dormono fino a mezzogiorno, vivono di notte, perché il giorno li mette di fronte alla loro insignificanza sociale. Non sono risorse, sono problemi.
Non vengono chiamati per nome, non vengono ascoltati, non vengono coinvolti. Sono parcheggiati nelle scuole, nelle università, nei master, nel precariato, nell’attesa di qualcosa che non arriva mai. E così, per non affrontare la delusione, la anticipano. Rinunciano prima ancora di tentare. Implodono. E qui sta il vero fallimento della nostra società. Non negli integralismi, non nell’efficienza di altre culture che avanzano, ma nella nostra incapacità di offrire ai giovani una prospettiva credibile. Abbiamo smesso di progettare per loro, di ideare con loro, di generare per loro un futuro degno di essere vissuto. Li abbiamo lasciati soli con il loro nichilismo, e poi ci stupiamo se non sanno cosa farsene della propria vita”, queste le significative parole del filosofo.
Orbene, dunque, poiché non si tratta di un problema psicologico dei giovani, bensì della cultura che li circonda, neppure la psicoterapia potrà fornire loro il giusto supporto. Tale supporto va piuttosto ricercato nei genitori e nel sostegno da parte delle istituzioni scolastiche proprio attraverso la figura degli insegnanti.
“Nietzsche ci aveva avvertiti. ‘Nichilismo: manca il fine, manca la risposta al ‘perché?’. Ma se davvero l’uomo è, come diceva Goethe, un essere volto alla costruzione di senso, allora il nostro compito non è quello di curare le ferite individuali, ma di ricostruire un orizzonte culturale che restituisca ai giovani ciò che oggi manca loro: la possibilità di credere in qualcosa”, così conclude la sua disamina Umberto Galimberti.
Restituiamo, pertanto, ai giovani la possibilità di credere ancora in un futuro degno di essere vissuto, la speranza, quella scintilla capace di riaccendere la passione ed il desiderio di esaudire un sogno, ricominciando a dialogare, ad ideare ed a progettare con loro, offrendo alle nuove generazioni una prospettiva credibile, permettendo di spiegare sempre le ali controvento.
di VALENTINA TROPEA