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Crepet: un buon maestro dovrebbe incoraggiare l'allievo a fare domande per essere vivace, permeabile e assorbente come una spugna, accompagnandolo verso la conoscenza delle proprie potenzialità

Immagine del redattore: La RedazioneLa Redazione

“Un bambino, una bambina che crescono attorniati da un ambiente in cui ci sono persone curiose, che fanno domande, tenderanno a essere mentalmente vivaci..."


La vita di ognuno di noi si caratterizza per un susseguirsi di avvenimenti, varie fasi che contraddistinguono la nostra esistenza rendendola preziosa e ricca di emozioni, sensazioni uniche ed indimenticabili.

Non esistono manuali di istruzioni che consentano di percorrere al meglio il cammino ma ognuno vive la propria esistenza con le modalità che ritiene più conformi alle proprie aspettative, ai propri valori ed ideali, all'insegna di una piena autorealizzazione che permetta di trascorrere serenamente la propria esistenza.


A tal fine il sociologo e psichiatra Paolo Crepet definisce la vita come una spugna meravigliosa.

“Sono convinto che l’esistenza di ognuno sia divisa in due tempi, un po’ come nelle partite di calcio, solo che per gli umani il primo è decisamente più lungo del secondo che, però, è più prezioso.

Il primo tempo riguarda soprattutto l’individuo, il secondo, per le sue ricadute, l’intera comunità”, così inizia la sua disamina lo psichiatra.


Ogni individuo, ci spiega Paolo Crepet, si presenta come una spugna pronta ad assorbire parole, insegnamenti, esperienze sensoriali. Nell’età evolutiva i giovanissimi si impregnano di qualcosa che poi servirà a formare il carattere, una loro vera identità.

“Un bambino, una bambina che crescono attorniati da un ambiente in cui ci sono persone curiose, che fanno domande, tenderanno a essere mentalmente vivaci, permeabili e assorbenti, proprio come una spugna”, in tal modo continua la sua riflessione Paolo Crepet. 


La curiosità non è innata e quindi può essere trasmessa dalle persone che ci hanno messo al mondo. Tuttavia, sono pochissimi i genitori che si domandano come mai il figlio non sia vivace o non interagisca abbastanza, considerando il loro carattere difficilmente modificabile a prescindere dall’ambiente affettivo.

“Per questa ragione educare a porre quesiti dovrebbe essere lo scopo precipuo per tanti genitori, in quanto si insegna a non essere egoisti, a non pensare che ci si possa bastare, che l’altro non sia indispensabile, ma solo una specie di concorrente, di competitore. Se non ci fossero domande, non ci sarebbe bisogno di maestri e non si svilupperebbe la conoscenza”, queste le parole ricche di significato e mai scontate dello psichiatra.


Quindi la prima fase della nostra vita rappresenta per noi un’opportunità e non una certezza: siamo delle spugne pronte ad assorbire degli insegnamenti, degli esempi, ascoltando, immaginando, osando.

“Mi piacerebbe che un genitore badasse a «irretire» coloro che ha messo al mondo, provocando, «smerigliando» le loro menti, il loro cervello. L’anima non è fatta per essere specchiata in quella di altri, né si nutre di ritrosie e cocciuti silenzi, ma di punti di domanda, dubbi, illusioni, fantasie, e un genitore dovrebbe essere fabbrica di tali meraviglie. Questo è uno dei compiti più sublimi per un padre e una madre, e non dipende dal loro stato sociale o dall’abbondanza di strumenti donati a chi sta crescendo”, incalza in tal modo lo psichiatra senza alcun tentennamento.


Educare significa accompagnare verso la conoscenza delle proprie potenzialità e tra il maestro e l’allievo non deve esserci una comunicazione unidirezionale e passiva: essere esempi non significa erigersi in cattedra, predicare, ma al contrario vivere l’incontro.

“Se crescere significa assorbire, invecchiare – se si è vissuti nella complicità con l’altro – implica il gesto generoso e altruistico del donare se stessi, le proprie esperienze, i propri sbagli, la storia collettiva e individuale costruita attraverso infinite emozioni”, così continua Paolo Crepet.

L’età del dare e dell’ascoltare è una magia capace di meravigliarci: occorre vivere la seconda fase della propria vita con la leggerezza di chi non si stanca mai di apprendere “perché ogni vita, quando raggiunge l’età dei titoli finali, merita comunque un applauso. Basta solo meritarselo fin da piccoli, guardando le stelle e chiedendo perché sono così tante senza mai volerle contare”.

di VALENTINA TROPEA

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